Direzioni Diverse

A chi mai leggerà, dormirà e vivrà.

Tag: Solitudine

A cena da me

Abbozzo di solitudine
su un piatto di speranze
macchie d’olio
e residui giallo ocra,
tutto giace immobile
nell’accozzaglia di colori
che presto svaniranno.

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Vagabondi

Questa è la povera macchina
grigio cenere
dall’acre odore
sospinta per inerzia
nelle desolate terre
ove il silenzio domina
e mortifera diviene l’aere,
solamente avvinghiati
in qualche bizzarra posizione
i nudi corpi sopravvivono
reduci da orge rituali,
stremati dal fuoco eterno
purificatore, mediatore.
Ora si placano,
pallidi sospiri occhi blu notte
meditando concentrici
osservando stanchi
femminea luna illuminata.

Esule

Sgocciola immoto tempo
su tavoli rosso porpora
e tra le arterie corrose,
scorre al di là delle apparenze
dell’affitto economico
versato inizio mese
per l’inabitabile scricchiolante dimora,
cosparso di macchie temporali
quel tracciato appena percorso,
sembran ricordi
o templi dai mistici poteri
ove si rispecchian
confusi avvenimenti
su una linea temporale che pare statica.
Un’arpa suona
o forse scandisce
immoto tempo,
i suoi rami s’aggrappano
a lascive speranze
fluttuanti senza meta
cavalcando l’eterno vento
che non indugia,
scrutatore dell’altrui vita
ed entra
privo d’invito
in ogni orifizio,
possa esser umano
o architettonico
differenza non vi è
alla sua enorme curiosità.
Sbocciano ad ogni colpo d’aria
suoni, suonatori ed attori
commedianti sottopagati
interpretano urbani movimenti
che son ornamenti
protratti fino al decesso,
instancabilmente si scorgono
ripercorrere mentalmente
minuziose gesta
atomi d’improvvisazione
scossi dall’avvenire.
E questi mozziconi
esposti bruciacchianti
non son altro
che prova dell’umana presenza,
irriconoscibili tra la cenere
vittime del tempo,
sussurrano parole mancate
slanci nell’insondabile mare
ove annegano incompiuti
o son graziati da un’ispirazione,
epifania di tutti i sensi
sulle tracce dello scrittore
al cui genetliaco combacia,
senza vanto
o immodestia
il fato intesse filamenti
imbevuti di rugiada,
bianco ed azzurro irradiano
al solo occhio
destro o sinistro che sia
portando in grembo le ceneri
dell’uomo privo di gusto
dal solo genio.

Verticale tra due mondi

Passeggiando solingo
le strade eran affollate
odore di carne umana
disgustava le narici,
un varco insolito
portò immensa quiete
ma tutto ciò
rapidamente svanì
ritrovando me stesso
nella frenesia moderna
della macchina sfuggevole.

Esso

Il mio corpo piange
nella notte vana,
sento pugnali
trafiggermi
l’impossibilità di vivere
esistere fuori di me,
esterno dolore
internamente covato,
quante lacrime
che son amare
come sangue
fuoriesce dalle membra
e il salvatore
me stesso
deprime ciò che sono
non sono,
privo di forma
rinuncio all’esistenza
bramando oblio
oscurità dei sensi,
solitudine
abbandono,
caldo mortifero.

Selếnê

La luna è celata
torbide nuvole covano pensieri,
t’assomigliano
anche in te scende la pioggia,
leviga il tuo corpo e il tuo cuore
scalfisce le tue emozioni.
I tuoi occhi son lucidi
e la Luna vorrebbe specchiarsi
immensi bacini di sensazioni
traboccano,
quando riverserai tutto ciò?
Quando piangerai sul mio petto?
Moriremo assieme
e l’astro splendente si risveglierà’,
le nuvole si diradano,
non sei più sola.
Ti ho donato la Luna
seppur a parole,
ora è tua
solo effimera distanza ci separa
vieta ai nostri corpi di unirci.

Pendolo

Mia dolce solitudine insonnia
insonnia dolce solitudine
tu sai cullarmi trasportarmi
attraverso l’animo in ozio
in un golfo mistico sperso,
parossismo notturno
divorami interiormente voracemente
quando i lumi si spengono
mentre povere schiave ermetiche
si divincolano da loro stesse
tessendo seguendo trame,
matrice a senso unico.

Lineamenti

Nelle lande deserte
un fiume sul mio petto
atomi d’acqua evaporata
occhiaie aride rive
fronde labbra umide.

Tempo, fioritura, essiccazione

Arrogante messaggero al chiaror lunare
ora tu solo ascolti il mio silenzioso canto
serra le labbra in futuro
non rivelare le mie confessioni,
son dettate dall’odio
fossero solo astrazioni narrerei tutto ciò
forse come favole o novelle
ma pura realtà si staglia
torce i capelli
inonda di pensieri l’oscurità,
credi al mio incessante vociare
scaturito sopraggiunto
tramortisce l’essere
qual consolazione la solitudine
l’oltre vita dormiente assuefatta.

Pubblica indecenza

Saltiamo i preconcetti
come le file al supermercato,
mancano alcuni spiccioli
fuggi assente tra fiumi di vino,
annegherai ne sono certo
mentre fuori piove
elemosinando patetici gesti
sprofondando nella solitudine
morente sotto la tempesta
dislocato sotto i portici.